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Sulla violenza

Perchè le donne non lasciano gli uomini violenti?

Dovevi lasciarlo prima! Te la sei cercata! Lo sapevi che era così, te lo dicevamo tutti! Ma non te ne sei mai accorta?

Queste affermazioni portano il peso del giudizio causando lo sconforto a colei che dopo anni di soprusi è riuscita, finalmente, a riprendersi la propria vita tra le mani o a colei che ancora non ha trovato il coraggio di lasciare un vecchio cammino.

Einstein affermava che nulla è assoluto e tutto è relativo. In filosofia il concetto di assoluto sta ad indicare una realtà la cui esistenza non dipende da nessun’altra. Nei rapporti d’amore tossici questo non avviene.

I detentori di verità assolute dovrebbero stare, pertanto, il più lontano possibile da coloro che hanno subito una qualche forma di violenza perché potrebbero nuocere gravemente. Forse è meglio tenere tutto nascosto anziché sentir dire loro che ho sbagliato tutto, che non so scegliere, che non ho rispetto di me stessa! In fondo non è poi così cattivo!

Le ragioni per le quali una donna non lascia un partner violento o manipolatore sono numerose e vanno dalla dipendenza affettiva, alla paura della solitudine, alla mancanza di soldi per ricominciare una nuova vita, alla paura delle reazioni del partner, al senso di fallimento, alla vergogna, alla presenza di figli minori, al non rendersi conto di essere vittime di violenza, alla paura di confidare alle proprie famiglie d’origine lo scenario che avviene tra le mura domestiche, perché lui è “uomo per bene” e nessuno le crederebbe mai. L’elenco non è esaustivo perché come in precedenza ho evidenziato: nulla è assoluto e nessuno di noi conosce l’intimo più profondo che porta una donna a non lasciare il partner violento.

Nei rapporti malsani il partner aggressivo stabilisce delle regole unilaterali e se oltre ad essere un uomo violento è anche ammaliatore la donna può non riconoscere in lui le pericolose condotte. Ecco allora che scattano il ridimensionamento e il diniego dei fatti.

Ci si è chiesto se le donne che subiscono violenza (fisica o psicologica) hanno elementi caratteriali simili. Secondo gli studiosi in materia le vittime hanno dei denominatori comuni: donne empatiche, solari, generose e forti, ma che provengono da pattern familiari disorganizzati e, sul modello comportamentale appreso, in età evolutiva si concretizza una replica di quello stesso modello. Analogo discorso vale per gli uomini. Prendiamo come esempio lo scenario in cui il padre picchiava i figli o picchiava la madre; quello schema violento può tornare a riproporsi in  loro come vittime o carnefici. Le conseguenze sono devastanti. Come sostiene Lella Paladino, presidente di D.i.Re, Rete Nazionale di Centri Antiviolenza, i minori che vivono in contesti disagiati si presentano burrascosi e iperattivi, con difficoltà di apprendimento, enuresi, disturbi del sonno, problemi di alimentazione e di socializzazione. Ad essere compromessa è la costruzione della personalità del bambino. Da una parte i piccoli tendono ad allinearsi al padre, che è il modello vincente, quello che guadagna e compra i giocattoli mentre la madre resta a casa a piangere, svalutata e umiliata. Dall’altra tendono a proteggere la mamma. In contesti disfunzionali i minori non coltiveranno la giusta autostima, non saranno in grado di gestire il conflitto, e quasi certamente svilupperanno una dipendenza emotiva.

Le donne che subiscono violenza hanno una capacità di resistenza all’abuso inimmaginabile e anche se molte di loro, spesso, hanno progettato la fuga, ormai sono intrappolate nella tela del ragno. L’ultima volta è stato peggio, in effetti oggi non mi ha fatto poi così male! Minimizzano o negano l’effetto traumatico che spesso è accompagnato da amnesia, dimenticando i torti subiti.

La famiglia di origine non possiamo sceglierla. In ambienti familiari invalidanti, dove le figure di riferimento hanno assunto atteggiamenti iperprotettivi, assenti o evitanti, vengono a radicarsi dinamiche affettive e cognitive distorte che danno vita a schemi comportamentali disfunzionali. Tali schemi diventano l’abitudine di quel contesto familiare che automaticamente li riterrà normali e normale sarà la loro riproduzione nella vita adultizzata. Questo vale per le donne ma anche per gli uomini. In tutti questi casi risulterà difficile costruire relazioni affettive sane e complete, caratterizzate dalla reciprocità, dal rispetto, dalla fiducia, dal sostegno, dall’ascolto e dalla comunicazione.

La catena che ci lega ad un rapporto affettivo nocivo può essere spezzata soltanto con la consapevolezza di vivere un amore sbagliato che altro non fa se non distruggere la nostra (già precaria) autostima. Personalmente, ritengo che un percorso di psicoterapia sia utile per coltivare l’autostima ed imparare finalmente ad apprezzarsi un pò di più. Ma non solo. Perchè la fine di una relazione tossica, se in uno stadio iniziale ci fa sentire sollevati, in un secondo momento può comportare un senso di vuoto e di smarrimento. Per questo motivo, non essendo terapeuti, potremmo non avere gli strumenti adatti per aiutarci a non cadere più in tentazione né con il vecchio partner, né con uno nuovo, con le stesse caratteristiche tossiche.

Quante volte abbiamo sentito pronunciare la seguente frase: mi capitano sempre gli stessi uomini (o donne)! L’individuazione degli schemi negativi persistenti che affondano le loro radici in un tempo lontano è il primo passo per raggiungere la consapevolezza e prepararsi così al cambiamento. Una volta che avremo compreso i motivi che ci hanno spinto a rimanere all’interno di una relazione tossica saremo liberi e pronti a compiere scelte diverse e migliori per il nostro futuro. Ricostruire se stessi è un lavoro faticoso ma che merita di essere affrontato.

Le battaglie più difficili, le vittorie più belle, i sorrisi più luminosi, arrivano il giorno in cui l’amore per te stessa ha la meglio sull’amore che ti spinge a restare con qualcuno che ha scelto di ferirti.

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